ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato, a novembre 2025, un rapporto tecnico presentato nell’ambito dei lavori del Comitato tecnico Faunistico Venatorio Nazionale, relativo alle specie aliene invasive (IAS). Il documento conferma che tali specie costituiscono una grave e crescente minaccia per la biodiversità ed il comparto agricolo italiano, alimentata dalla globalizzazione dei commerci e dai cambiamenti climatici che ne facilitano l’insediamento. Il numero di specie aliene introdotte nel nostro Paese supera oggi le 3.800 unità, con circa il 15% di queste classificate come invasive, ovvero che causano impatti sulla biodiversità e spesso anche sulla salute e le attività umane. Nonostante non esistano dei veri e propri dati esaustivi su tutti gli impatti, emerge che il costo economico documentato nel nostro Paese tra il 1990 e il 2020 è stimato complessivamente in circa 704,78 milioni di euro, con una media annua di quasi 23 milioni di euro, precisando che questa cifra è basata sull’analisi di sole 15 specie e rappresenta dunque una sottostima della realtà, non includendo i danni, per mancanza di stime recenti, di molte specie ad alto impatto.
Rilevanti sono i danni per il comparto agricolo
Secondo la stima del Centro Servizi Ortofrutticoli, per esempio, il settore ortofrutticolo ha subito perdite ingenti a causa della cimice asiatica, che solo nel 2019 e limitatamente alle regioni del Nord Italia ha provocato danni per oltre 356 milioni di euro nelle colture di pesche nettarine, causando inoltre, secondo quanto riportato dal CREA, la perdita di quasi 500.000 giornate di lavoro.
Un impatto altrettanto devastante è stato registrato nel settore della molluschicoltura a causa del granchio blu, con una perdita economica stimata in circa 100 milioni di euro nel biennio 2023-2024, arrivando a compromettere quasi la metà del valore dell’intero comparto.
Altre specie che incidono pesantemente sulla redditività agricola e sulle infrastrutture connesse, ritroviamo la nutria con danni diretti arrecati alle colture ed ingenti costi per il ripristino degli argini raccolti sino al 2000, con una stima di costi potenziali di 12 milioni di euro annui; nonostante la costante pressione esercitata dalla nutria e i relativi danni arrecati, non è più possibile elaborare stime precise a livello nazionale, in quanto è stata esclusa dall’elenco delle specie regolamentate ai sensi della L. 157/92, circostanza che ha portato molte Regioni a interrompere la raccolta sistematica dei dati e il monitoraggio degli indennizzi.
Il settore apistico è invece minacciato dal calabrone asiatico, predatore attivo di api che può causare il collasso di oltre il 50% degli alveari in aree dove l’apicoltura vale complessivamente quasi 150 milioni di euro.
Infine, specie emergenti come la Popillia japonica richiedono investimenti preventivi massicci, come dimostrano i 28 milioni di euro stanziati tra il 2014 e il 2027 per contrastarne la diffusione su alberi da frutto e piante ornamentali.
Il sistema nazionale punta su una strategia gerarchica che privilegia la prevenzione e il rilevamento precoce per evitare che i costi di gestione diventino insostenibili, una volta che la specie si è stabilizzata sul territorio.
In tale contesto lo studio mette in evidenza che un elemento limitante nella definizione ed attivazione di efficaci politiche di mitigazione degli impatti delle invasioni biologiche è la carenza di dati, che non permette di prioritizzare specie, azioni e siti di intervento. Per tali motivi l’invito dell’ISPRA è soprattutto quello di migliorare la raccolta, organizzazione e trasmissione di dati circa la presenza di specie aliene invasive, gli impatti registrati, le azioni di prevenzione e gestione attivate, e i risultati conseguiti, in modo da permettere l’aggiornamento delle banche dati, fornendo una base informativa ai decisori ed amministratori per meglio indirizzare le politiche nazionali e locali sulla materia. A cui occorre raggiungere, per quanto riguarda il settore agricolo, la necessità di disporre di adeguati strumenti di difesa.
In allegato il rapporto di ISPRA